Piazza Indipendenza: io non c’ero

Qualche tempo fa parlando della mia esperienza al refugee camp di Calais avevo raccontato di un uomo che con le lacrime agli occhi ringraziava quelli che lo avevano accolto in Italia per avergli salvato la vita, quell’uomo aveva rischiato di morire attraversando il Mediterraneo e raccontava dell’incredibile viaggio che lo aveva portato dall’Africa al confine francese. 

Erano stati giorni carichi di emozioni altalenanti ma quello che mi aveva riempito il cuore in quel momento era stato l’improvviso orgoglio di far parte di un Paese che non puntava le pistole alla tempia di quelli che scappavano ma salvava loro la vita. Cazzo se ero orgogliosa!

Finalmente alla veneranda età di 36 anni ero riuscita a sentire un sussulto di patriottismo sincero e quella che avevo sempre considerato come una parola fascista nell’anima acquistava improvvisamente un senso anche per me senza la necessità di indossare una casacca azzurra o vincere una medaglia d’oro alle Olimpiadi.
Ingenuamente per un attimo mi sono cullata nella convinzione che tra tanto schifo ci fosse ancora spazio per un po’ di umanità e mi trovavo nella parte giusta del mondo, hurrà!

La verità è che mi stavo raccontando una bugia, stavo pubblicando nel mio cervello una di quelle foto democristiane coi poliziotti che accarezzano bambini mentre i loro colleghi prendono a manganellate i genitori.
Avevo lasciato alla semplicità il compito di raccontare un dramma umano complesso e radicato.

A quasi un anno da quella esperienza il campo rifugiati di Calais è stato ufficiosamente dismesso perché quelli che comandano dai tempi di Giulio Cesare lo sanno bene come si fa: divide et impera. Una strategia degna del miglior Frank Underwood in circolazione!
A distanza di mesi la situazione è drasticamente peggiorata. Non serve andare a Calais per capire che succede, basta fare un salto a Piazza Indipendenza, Roma, Italia  per assistere al risultato di anni di cronica incapacità di gestione del Paese intero.

A furia di prendersela col dito abbiamo perso di vista la Luna e  il Paese che salvava la gente è diventato quello che rema contro le ONG, abbiamo scelto lucidamente non far toccare terra a quelli a cui l’Occidente ha tolto la terra. Non li aiutiamo a casa loro e non lo faremo a casa nostra, li facciamo crepare prima che tocchino terra cosi non saremo costretti ad occuparcene e quelli che son qui invece li nasconderemo sotto al tappeto come un volgare graffito di Banksy.  Li laviamo via a colpi di idranti e manganello, ci fosse stato anche l’olio di ricino non mi sarei stupita.

Ieri siamo morti dentro tutti, abbiamo lasciato che a vincere fosse la violenza, quella violenza maledetta  di cui parla Francesca Fornario nel suo splendido articolo.  Da parte mia posso solo chiedere scusa del mio sciocco buonismo e della mancanza di una visione a lungo termine che ieri mi ha fatto sentire una cogliona impotente davanti all’ennesima tragedia di questo mondo.

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