Pensieri sparsi sulla mia esperienza al Refugee camp di Calais

Ogni volta che qualcuno mi chiede come è andata a Calais mi si apre una voragine schizofrenica nella scatola toracica che non so mai cosa rispondere e sputo sempre fuori qualche aggettivo sbagliato o completamente fuori contesto.

Anche stasera è successo – è stato figo – ho detto facendo un resoconto mentale del bagaglio di emozioni che ho riportato con me dopo quella esperienza e sentendomi idiota un secondo dopo averlo detto.
Le persone mi guardano con gli occhi spalancati e lì il mio autocontrollo cerca di recuperare la situazione con un goffo tentativo di spiegare le ragioni di quel figo scivolato via così senza controllo, il che risulta complicato come tentare di spiegare una vignetta sul terremoto di Charlie Hebdo, si rischia solo di far peggio.

La verità è che ogni volta che qualcuno mi chiede di Calais mi ritrovo contemporaneamente e distintamente su due tracciati diversi e paralleli.
Da un lato c’è la sofferenza che si prova a toccare con mano una parte di mondo che fa schifo, dall’altra c’è la voglia di aggiustare le cose, prendersi cura di qualcuno che non si conosce e poi c’è un’altra parte ancora, quella dove sta il mondo stesso, che viveva prima e continua ad esistere anche senza di te.

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The Jungle – Calais

Affronti a viso aperto l’impotenza mentre pieghi l’ennesimo pantalone da consegnare ad una persona che fino a quel momento non esisteva e tornerà anonima esattamente un attimo dopo e tutti quei destini si perderanno nei ricordi che metterai in valigia quando sarà il momento di tornare a casa.

Parlo di un mondo che fa schifo e si sporca le mani mettendo insieme i pezzi di un altro mondo, disincantato, ruvido, schietto e spesso difficile. Quello è il mondo bello, dove stanno gli umili, gli sporchi, gli sfigati. La parte di mondo sporca a cattiva che amo come un film di Pasolini. O come un libro di Silone.

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primo giorno di lavoro al campo, questo è ciò che ho visto al mio arrivo

Esiste atto più egoistico del volontariato?

Lo so è un ossimoro, può sembrare una contraddizione ma ho sempre pensato che la solidarietà sia più una cura per chi la fa che per chi la riceve. È come un tatuaggio, un piercing, è una prova di dolore, è una richiesta d’aiuto. Facciamo volontariato per sopperire alla mancanza di noi stessi travestita da aiuto per qualcun’altro ma alla fine qualunque sia il motivo l’importante è farlo, o no?!

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la danza della gioia alla fine di una giornata impegnativa

Sono stata a Calais per una diecina di giorni come volontaria presso l’associazione Care4Calais che si occupa di prestare aiuto e donare generi di prima necessità alla popolazione del Refugees Camp di Calais nota come The Jungle.

Sono andata a farmi un’opinione perché non ho avuto voglia di cambiare canale, di voltare lo sguardo da un’altra parte e di fare spallucce. Sono andata a tenere i piedi per terra, a ricordarmi di apprezzare quello che ho affogando il cuore nel fango di un campo pieno di tende, di corpi e di speranze. Sono andata a dare da mangiare al mio bisogno di concretezza e sono tornata indietro con molte più domande di quelle che avevo portato nello zaino quando sono partita.

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London calling – Banksy in Calais

A Calais

Si è creato uno strano equilibrio tra gli abitanti di Calais e quelli della Jungle. L’economia di questo paesino soprattutto durante l’inverno ha vita facile grazie a tutti i volontari che affollano case, alberghi e b&b.

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La casa che ho preso in affitto era una bettola, una carcassa mezza vuota e mezza fatta di mobili impolverati recuperati qui e là, anche la pulizia lasciava a desiderare. In quella bettola mi muovevo come in genere ci muoviamo noi donne quando usiamo i bagni pubblici. Con la precisione di un ninja facendo attenzione a sfiorare meno superfici possibili fin quando quel mostro della mia coscienza non mi ha ricordato il motivo vero per cui mi trovato in Francia, allora ho chiuso gli occhi e mi sono fatta piacere a forza quella situazione un po’ precaria.

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A Calais i rifugiati sono liberi di muoversi, non sono confinati nel campo ma in città se ne vedono pochi. In dieci giorni mi è capitato solo una volta di incontrare un ragazzo che si era perso e tentava di tornare al campo. Una convivenza silenziosa dove i francesi fanno finta che il campo non esista o di cui si accorgono solo quando lungo il percorso che porta al tunnel de La Manica si intravedono figure umane, snelle e scure tentare di saltare dentro i camion che vanno verso il confine.

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Una tenda ritrovo sociale nella Jungle

Non voglio dimenticare lo sguardo delle persone in cui mi sono imbattuta

Non voglio dimenticare lo sguardo del ragazzo sudanese in coda, sotto la pioggia, che prendendo una delle T-shirt ci ringraziava riempiendoci il cuore col suo “Mercì! Mercì!” Come se quella fosse stata la maglia più bella del mondo. Era solo una T-shirt usata che qualcuno aveva avuto voglia di donare, una maglia passata anche per le mie mani. L’ho scelta nel mucchio di t-shirts dallo scatolone della distribuzione e passata a quelle della mia collega che gli chiedeva se avesse bisogno anche di shampoo e carta igienica.

In quel container pieno di premura cercavamo di accontentare quante più persone possibile, facevamo del nostro meglio per aggiustare il mondo come se una maglia potesse rattoppare i disastri di questo mondo incasinato.

La fila di esseri umani davanti ad un container sotto la pioggia, in mezzo al fango rimette in ordine i pensieri, reimposta la scala dei valori ma in questo enorme gioco di ruolo sono stata soltanto una comparsa.

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Piega, sposta, scegli i vestiti buoni, cerca di prendere solo vestiti nelle migliori condizioni, quando selezioni l’abbigliamento abbi rispetto per la loro religione, le taglie S di qua le L di là, le tute nello scatolone a parte, le giacche e i pantaloni eleganti alla charity che qui stanno nel fango, hanno bisogno di jeans per arrampicarsi meglio.
Piedi. In fila. Scarpe sporche. Piedi screpolati. Scarpe con dentro piedi. Solo un pantalone a testa. Non chiedere loro della loro storia, mantieni un atteggiamento amichevole, sorridi.
Pantalone o materasso? Che taglia? Shampoo e calzini puliti? Abbiamo ancora tende? Mi passi una coperta per favore. Ehi amico questo pantalone è perfetto. Grazie. Ehi, come va? Pantalone o materasso? Italy. Roma. Salam alaikum. Nie nie. Como stai? Italy. Sudan. Afghanistan. Syria. London. Edinburgh. Lampedusa. Pantalone o materasso? “Tortifor”. Ho solo questo. Which size? Ciao. Pioggia. Fango. Vento. Piedi. Scarpe. Stracci. Polvere. Fango. Sorrisi. Sguardi bassi. Sguardi assenti. Occhi incazzati. Pantalone o materasso? Ne ho ancora solo uno. Questo è troppo piccolo. Non ci sono più pantaloni. Vuoi un materasso? Calzini puliti. Shampoo. Abbiamo una tenda per dieci persone? Pioggia. Mi spiace non ho altri pantaloni. Pronti? Chiudi il container. A domani.
Welcome to The Jungle.

Se hai deciso di affrontare questo tipo di esperienza ho un consiglio per te:

togliti quell’espressione buonista dalla faccia, non salverai un bel niente. Mettiti tranquillo e cerca di dare il tuo meglio perché quello è ciò che devi fare. Lascia a casa la supponenza di chi sta in una associazione di volontariato e decide per gli altri. E poi chiudi gli occhi e stacca il cuore, perché aiutare gli altri è una sensazione feroce, logora l’anima e rischi di restarci sotto, di solito finisce che più aiuti e più ti accorgi che c’è da aiutare.

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In conclusione

Credo nella libera circolazione delle idee e delle persone ma al di là dei passaporti e delle frontiere esiste il sacrosanto diritto di vivere la propria vita con dignità e per me uno Stato che ti punta la pistola addosso invece di preoccuparsi del perché tu stia scappando dal tuo Paese è indegno.

Non voglio semplificare, sicuramente c’è molto da fare e da smussare ma credo che l’intolleranza non sia la strada giusta da seguire. Non è solo una questione politica, non è una formalità, non è un caso straordinario. Bisogna arrivare dove lo Stato non arriva, non è forse questo quello che fanno le associazioni di volontariato? Sopperire ad una mancanza. Qui lo Stato manca. Qui lo Stato è stato. Calais ci mette di fronte al fatto compiuto che le politiche europee cosi come le conosciamo hanno fallito, ma se un condominio non funziona bene non si abbatte il palazzo, si cambiano le regole di amministrazione del condominio. Cosi l’Europa non dovrebbe alzare muri ma chiedersi perché, quando e come ha sbagliato e come può recuperare una situazione disastrosa come quella che ha portato cinque milioni di Siriani ad abbandonare il proprio Paese.

Sono pensieri sparsi i miei, volevo solo raccontare e spiegare quel maledetto – è stato figo – di merda che mi viene fuori ogni volta che mi chiedono com’è andata a Calais. Ecco, è andata così

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