Una fotografia può fare

È fotografia la foto ritoccata sul giornale di gossip che la signora accanto a me legge con tanto trasporto mentre il treno ci accompagna da qualche parte.

È fotografia la ventenne con la bocca a culo di gallina che con il braccio teso si sforza di trovare la posizione migliore per non uscire con il triplo mento sul suo selfie effettato e pieno di cuoricini.

È fotografia il servizio matrimoniale a colpi di Photoshop che a guardarsi neanche gli sposi si riconoscerebbero, metafora della vita che li aspetta. Un giorno effettato per una vita in bassa risoluzione.

È fotografia l’umana smania di fermare in un click la testimonianza di un fatto, un’emozione, un niente travestito da qualcosa.

È fotografia lo sguardo anemico delle modelle affamate che si spruzzano profumi costosissimi adagiate stanche morte alla colonna di un capitello romano.

È fotografia “tu ce l’hai Instagram?”

È fotografia “la tua reflex ha il filtro seppia?”

Poi c’è Gianni Berengo Gardin e capisci improvvisamente quanto pesa la bravura di un mostro sacro della fotografia contemporanea. La mostra di Berengo Gardin al Palazzo delle Esposizioni di Roma è amore puro per la scrittura visiva, è per dirla in termini moderni storytelling allo stato puro.
Ogni fotografia ti accompagna, ti emoziona, fa sorridere e pensare e ti mette di fronte al fatto compiuto che a fotografare siamo in tanti, spesso in troppi ma raccontare una storia sanno farlo in pochi e Berengo Gardin naturalmente è uno di questi pochi, bravissimi scrittori.

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