La giostra dei ricordi

Qualche sera fa su Rai3 ho visto uno speciale dedicato ad Ettore Scola, Ridendo e Scherzando è un bel tributo realizzato dalle figlie del grande regista e sceneggiatore. Guardandolo ad un certo punto sono rimasta colpita dalle immagini dei fuori scena girati con la vecchia 8mm. L’argomento e i personaggi erano già di per sé interessanti ma quel sapore di pellicola vintage rendeva però tutto ancora più genuino, onesto, malinconico.

Ironia della sorte durante il break pubblicitario ho incrociato la pubblicità di McDonald. Uno spot tendenzialmente hipster, confezionato a regola d’arte pieno di font rotondi e calligrafici, rimando diretto a quel mondo lontano quando tutto era meno artefatto. McDonald cazzo! – Questo vuol dire solo una cosa, quando un’azienda si appropria di un linguaggio rigurgitandone i dettami a proprio favore, quello è il momento di cambiare strada.

Ormai abbiamo sul mercato telecamerine che girano in 4K ad un prezzo ragionevole come la Go Pro però impazziamo di gioia quando giochiamo coi filtrini vintage di instagram. Le aberrazioni cromatiche hanno la capacità di dare una storia ad una foto che una storia non ha. Quelle foto di piatti, di gatti, di viaggi, di dettagli senza alcuna velleità artistica improvvisamente sembrano trasudare un linguaggio che rimanda al genuino, onesto, malinconico approccio di cui sopra. Siamo tutti un po’ McDonald dunque.

Insomma come ci scaldava il cuore la pellicola nessuno mai e anche il cinema sembra finalmente, dopo anni di inutili proiezioni 3D, aver invertito la tendenza. Ne sono un esempio concreto le ultime uscite cinematografiche da Carol di Todd Hynes allo spettacolare tarantiniano The Hateful Eight.

La pellicola è viva e lotta insieme a noi e dopo anni di cecità fotografica anche io torno alla casa madre. Ho voglia di tornare a studiare l’inquadratura, valutare la luce, prendermi il tempo necessario prima di fare click e sentire il brivido di non sapere come sarà venuta la foto fin quando non l’avrò vista lentamente apparire dal foglio di carta bianca in camera oscura. Mi piacerebbe riappropriarmi della capacità di saper selezionare le storie da raccontare, perché il mondo non ha bisogno dell’ennesima foto artefatta che nulla ha da dire e che nulla ha da dare.

Sia chiaro, il digitale non è il male assoluto, tutti ne riconoscono i vantaggi economici per esempio  e sicuramente il leggero impatto economico permette a chiunque di cimentarsi in questo tipo di avventure visive. Il digitale è quindi piuù democratico della fotografia analogica tuttavia come dice anche Frank Underwood “la democrazia è sopravvalutata” e lo è davvero a giudicare dall’immensità di porcate che si trovano su internet.

Credo che la fotografia analogica restituisca dignità all’umanità impressa su quel mucchio di sali d’argento e la grande sfida sarà appunto prendersi del tempo per imparare a fare proprio questo, raccontare una storia e cosa c’è di più attuale al giorno d’oggi se non lo storytelling?

La difficoltà sta nel prezzo della pellicola, dello sviluppo e nella difficoltà di reperire la materia prima. Qualche giorno fa finalmente dopo una lunga attesa sono riuscita a recuperare una pellicola 127 scaduta nel 2014. Ho già utilizzato pellicole scadute, non mi è mai dispiaciuto il risultato prodotto, in fondo ci si ritrova a fare i conti con quel tipo di aberrazioni cromatiche che adesso troviamo pesino belle a giudicare dall’utilizzo spasmodico che ne facciamo su Instagram..

Insomma non ho idea di cosa ne verrà fuori ma ho dodici pose a mia disposizione, dodici innocui proiettili che ho timore di sprecare. Prossimo step: trovare qualcosa da dire e imparare a dirlo.

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