Marina

1986 e dintorni. Una fiat 127 beige lungo la strada che porta a Fucino.
Alla guida mio nonno Jairo, sul sedile del passeggero mia nonna Marina. Non ho la più pallida idea di dove fossimo diretti quel giorno ma ricordo che ero lì con loro, in piedi tra i due sedili come spesso fanno i bambini piccoli in auto. La radio trasmetteva “Marina, Marina” e chiesi a mio nonno se fosse lui a cantare, ero convinta che quella canzone parlasse di loro e loro ridevano divertiti di questo.

Oggi 29 Gennaio mia nonna avrebbe compiuto gli anni.

Marina, una giovane donna greca che a 16 anni aveva incontrato il proprio destino negli occhi di un uomo scuro in volto, baffetti fini e curati, faccia furba, brillantina e un grappolo di storie interessanti da raccontare. Uno che la sapeva lunga e la sapeva anche raccontare.

Nonna era una bella donnona paffuta che invecchiando s’era ritirata perdendo il peso e la statura. Della donnona ritratta nelle foto in bianco e nero erano rimasti solo un cespuglio di capelli grigi e gli occhi azzurri sotto il segno della matita con cui ogni giorno disegnava la peluria rada delle sopracciglia che ormai non cresceva più.

Le labbra erano sottili, le orecchie grandi. A descriverla così potrebbe sembrare una donna brutta e sgraziata ma non lo era affatto, era anzi una bella donna invecchiata bene nonostante le vicissitudini della vita e un modo di parlare buffo che non posso dimenticare. Parlava come parlano italiano i greci, la z al posto della c, le doppie dove non vanno e viceversa. Era appassionante leggere la sua settimana enigmistica ed era davvero un’enigma capire come riuscisse ad incrociare i Bartezaghi con le parole un po’ inventate alla sua maniera.

Mi sono sempre chiesta come faccia una donna che ha vissuto 16 anni in Grecia ed il resto della vita in Italia ad avere ancora quell’accento così smaccatamente straniero. Poi, quando mi sono trasferita in Inghilterra ho capito. Quando andiamo via di casa, insieme alle valigie quello che ci resta è quello che siamo. L’accento è una maniera nostalgica per rimanere attaccati in qualche modo alle radici di casa. Una valigia senza peso che racconti al mondo chi siamo.

Questa storia dai toni seppia vorrebbe essere un tributo ad una persona che non c’è più, in realtà i miei ricordi sono ambivalenti. Da un lato c’è lo sguardo tenero nei confronti di una donna indifesa, soggiogata da un marito che tutto ha condizionato e tutto ha logorato per tre generazioni. Dall’altro c’è la delusione di una figura materna che non sempre è stata capace di prendere in mano la situazione.

Le Filumena Marturano, le Maria Di Vita che gravitano nell’immaginario collettivo delle donne di famiglia forti nonostante le avversità mi hanno fatto credere che quello fosse l’atteggiamento innato di cui ogni donna di famiglia fosse dotata. Questo non valeva per mia nonna, la sua politica era questa: “purché non lo facciate arrabbiare”, era in pratica condizionata vita natural durante dagli umori del marito. Viveva di luce riflessa, la luce di un uomo egoista, maschilista, autoritario, totalmente incapace di amare.

Ho letto da qualche parte che il male è solo assenza di pensiero e credo sia davvero così. Le persone non nascono cattive, è la vita che indurisce e ogni atteggiamento è il risultato di mille fattori ma è vero pure che siamo noi a condizionare la nostra vita con le nostre scelte e mia nonna questo non l’ha mai capito.

Lo so, la paura è una brutta cosa e a 16 anni in un Paese sconosciuto e dopo un’esperienza in campo di concentramento è impossibile non aver bisogno dell’unica persona che a suo modo si prende cura di te e poi poco importa che nei successivi sessant’anni di vita per restare al fianco di quell’uomo hai cancellato, smussato, taciuto ogni espressione di personalità che andasse oltre il “che ti cucino per pranzo” e il fumare di nascosto le multifilter blu morbide che andavamo a comprarle noi nipoti.

Tornando a quel 1986 riesco ora a decifrare le risate dei miei nonni in maniera ben distinta.
Quella di mia nonna era la risata di una donna che non aveva occhi che per il marito e poi la risata di mio nonno, quella solita risata di scherno che tante volte ho sentito anche in seguito, quel suo sminuire qualsiasi cosa che non fosse stata partorita dal suo ‘genio’ e che tante volte mi ha fatto sentire un microbo.

Poi si cresce, le proporzioni cambiano e le persone le guardi dalla loro stessa altezza, le sfumature si fanno più nette e l’ingenuità fa spazio alla realtà nuda e cruda ma per quanto mi riguarda questa canzone racconterà sempre di mia nonna e di mio nonno in una vita parallela innamorati.

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