La spada di Turluntana

Ho preso a mangiare mandorle. Le mandorle mi ricordano nonno Augusto.

Quello che so di nonno Augusto adesso è troppo poco per considerarmi una brava nipote, una che si meriterebbe il ricordo commosso di un vecchio signore anziano con la stessa faccia burbera del nonnino di UP e un post su facebook con scritto mi manchi nonno come quelli che ho visto scritti sulle bacheche degli altri.

Non ho mai sentito la mancanza dei morti di famiglia e un po’ me ne vergogno. Nonno è morto il giorno del mio esame di terza media, indossavo una felpa rossa sbiadita quando subito dopo l’esame mi diressi verso la camera ardente del mio paese. Ci arrivai con la mia bicicletta nera a crepe fucsia, accolta da una serie di sconosciuti in fila per le condoglianze nel piazzale dell’ospedale e dai baci umidi delle vecchie e dei parenti in cerca di sguardi comprensivi e complici.

Non è carino stare lì seduti a guardare un corpo morto con le vecchiette vecchio stampo che piangono e si disperano, perfettamente allineate al copione da seguire. Non è carino per il morto intendo.
Ma voi ci stareste sdraiati a farvi guardare impotenti e nella posizione più scomoda del mondo, fermi, freddi e magari vestiti di vestiti scomodi? Questa cosa del vestito della festa il giorno del tuo funerale andrebbe cambiato per legge! Ho un lungo viaggio da fare e lo voglio fare in tuta! E poi se per tutta la vita non ho messo i tacchi cosa ti pensare che io voglia metterli proprio ora che mi aspetta il più lungo viaggio? E la posizione? Voglio stare a pancia in giù, o di fianco, con la mano a mo’ di cuscino sotto la testa non a panza all’aria a far finta di girarmi i pollici!

Non mi ricordo il giorno del compleanno di nonno Augusto ma ricordo che era un uomo del 1908 senza un occhio. Mi spiego, aveva entrambi gli occhi ma quando l’ho conosciuto io gliene era rimasto soltanto uno e questa era stata la mia prima lezione di vita: se tiri la coda all’asino quello scalcia e ti fai male, come nonno Augusto.

C’erano solo due posti dove avrei potuto trovare mio nonno: in cucina o giù all’orto.
L’orto era il polmone di mio nonno. L’altro polmone era il magazzino, per andare nell’orto bisognava passare dal magazzino. L’orto era anche un po’ il fegato di mio nonno Augusto visto che negli ultimi tempi era lì che nascondeva la fiaschetta di vino che gli avevano impedito di bere per via dei problemi di salute, i problemi di salute di un robusto uomo abruzzese di 80 anni suonati!

Mangio una mandorla inglese e ha il sapore delle mandorle che affollavano i sacchi di juta nel polveroso magazzino di mio nonno. Se chiudo gli occhi sento ancora l’inconfondibile odore di quel posto, la bilancia agricola dove saltavo a giocare coi pesi e nonno che si divertiva a pesarmi come uno di quei sacchi mentre faceva discorsi da adulti con mio padre.

Augusto Continenza, classe 1908. Commerciante Agroalimentare all’Ingrosso in un paese di tremila anime sperduto tra le montagne abruzzesi. A pensarci adesso è un lavoro impossibile.
Ci camperesti nel 2015 una famiglia di cinque figli vendendo mandorle, noci e nocciole?

Nonno Augusto quando lo trovavo in cucina insieme a nonna Serafina mi accoglieva sempre con grandi feste come non mi vedesse da cinquant’anni. Seduto sempre allo stesso posto e nella stessa posizione, la temperatura hawaiana in contrasto col freddo gelido delle scale mi si attaccava in gola e mi constringeva a togliermi in fretta e furia giacca e sciarpa per non soffocare di caldo.
Mentre nonna gli preparava il purè riducendo le patate lesse in poltiglia con una forchetta sbilenca nonno mi raccontava la favola di Turluntana.
Io non l’ho mai capita quella favola, lui me la raccontava sempre ed io non la capivo mai però non avevo cuore di confessarglielo, non volevo deluderlo e così ogni volta me ne stavo lì, buona buona a sentirlo parlare fino alla fine della storia. Poi metteva la mano in tasca, tirava fuori un mucchio di quelle che a me sembravano cartacce tra cui calendari, santini e luttini ed estraeva una scalcagnata banconota da mille lire, quelle col vecchio Giuseppe Verdi disegnato sopra.

Nonno che quando mi toccava di tornare a scuola il pomeriggio usciva sempre per comprarmi i sofficini! Quelle erano le uniche volte che lo vedevo fuori casa, lo vedevo arrivare da lontano con la sua inconfondibile camminata e la scatola di sofficini già mezza scongelata che nella sua mano sembrava piccolissima.

Sono passati più di venti anni caro nonno e non sai quanto mi piacerebbe sentirti ancora raccontare la favola che non ho mai capito, forse adesso però mi sforzerei di fissarla bene in testa aggrappandomici con forza per non perdere neanche una parola. Chissà quanto sarebbe stata diversa la mia vita se avessi capito quello che mi hai detto mille volte, se ne avessi capito il significato, il messaggio intrinseco che ogni favola porta con sé.

Invece sono qui a ruminare le mandorle di Pret a Manger pensando a te e a questi inglesi che quando parlo fanno la stessa faccia che facevo io a te quando mi raccontavi la storia della spada di Turluntana!

 

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