AMY – cronaca di un sabato sera a Londra

 Premesso che va dimenticato il concetto di Londra come città del divertimento al sabato sera se per divertimento si concepisce qualcosa che va oltre i clubs, l’alcol a fiumi e la puzza di vomito agli angoli delle strade.
Non importa che vi troviate in una delle piazze più famose dell’intera città come me che mi trovavo a Piccadilly Circus. Se ti dovesse venire fame in una città come Londra dopo le 22.30 ti potrai solo accontentare di uno schifoso McDonald. Londra non è la città che non dorme mai, dorme, eccome con tutto quell’acol a stomaco vuoto dormirei di brutto anche io!
Detto questo due parole su AMY, il documentario sulla disperata vita di Amy Winehouse le voglio dire.
La locandina che ho visto sotto la tube con quegli occhioni grandi che mi guardavano ad ogni passaggio mi hanno incuriosito abbastanza da volerne sapere di più, il teaser poi mi ha fatto decidere per un bel sabato sera piovoso al cinema.
Le premesse di un buon lavoro c’erano tutte. Ma sono state promesse disattese.
Sento di poter dire senza ombra di dubbio che questo documentario non aggiunge niente al personaggio per come lo abbiamo conosciuto.
Mi è parso più un tributo ad opera di un fan che con amore di fan ( quindi discutibilmente non oggettivo ) ha confezionato un documento sterile che soddisfa soltanto la nostra allenatissima fame di immagini ai margini del comune ben pensare.
Una quantità di documenti visivi notevole, non mi sarei stupita se l’avessi vista anche al cesso a far pipì! Un’accozzaglia di immagini a cui dare un senso e allora perché non affidarci allo slow motion che fa tanto emozione di un attimo.
L’utilizzo indiscriminato dello slow motion come è stato utilizzato in questo film è stata una furba scappatoia commerciale a cui ci hanno abituato ormai da anni migliaia di spot e videoclip.
Una lettura paracula per aggiungere pathos al momento.
La ricetta è semplice:
Prendi una ripresa casalinga di un personaggio famoso prima che diventi tale, concentrati sulle immagini del suo sguardo che incrocia l’occhio della telecamera, rallenta il tutto e metti una musica emozionaldrammatica in sottofondo, ripetere l’operazione q.b. e il risultato è garantito.
Due parole anche sui personaggi che ruotano intorno alla protagonista le voglio dire.
A voler dar retta a questo documentario la colpa della disperazione di Amy si concentra in un padre arrivista che sfrutta all’inverosimile l’immagine di una figlia con problemi di alimentazione, una mamma che non sa fare la mamma, un fidanzato approfittatore, paraculo e molto avvezzo all’uso di simpatici additivi illegali, le amiche d’infanzia, la nonna che le ha fatto da mamma.
Insomma, è la vita normale di una teenager londinese degli anni 2000 dotata di immenso talento che ad un certo punto perde il controllo di se stessa. E allora? Dove sta la novità?Quale aspetto sfuggito ai più il regista voleva mostrarci? Niente che non sapessimo già.

Amy non è l’unica ad avere avuto un’infazia del cazzo e sebbene conosca tanta gente rifugiatasi nelle droghe e nell’alcol conosco altrettanta gente che poi è cresciuta e ha smesso di farne uso e gente che, udite udite, non ne ha neanche mai fatto uso nonostante una vita davvero ingrata.
Pane al pane, vino al vino, Amy era una drugs addected ma soprattutto era alcolizzata e la cosa non mi stupisce considerando il rapporto insano degli inglesi con l’alcol. Ieri sera alle 22.30 non sono riuscita a trovare un posto che mi facesse mangiare, ma di locali che servivano alcol c’era l’imbarazzo della scelta.
Amy era una ragazza talentuosa con un carattere debole e nessuno dei milioni di contributi video in slow motion utilizzati in questo film è riuscito a far trasparire quel deserto vuoto dentro il petto che può sentire solo chi s’è perso nei rivoli della propria solitudine.
Resta un documento che guarda con occhio morboso la vita privata di una ragazza persa in se stessa, dimenticando l’artista, dimenticando la sua musica. Un documento alla stregua delle monografie di E entertainment. Di bello, graficamente parlando, soltanto il teaser.
Un film durato troppo il cui unico effetto è stato quello di avermi fatto sentire uno schifo facendomi immedesimare in uno di quei tanti paparazzi che fastidiosamente la investivano di squallidi flash.
Chiudo con una nota positiva, l’incontro con Tony Bennett ed una emozionatissima Amy, lo sguardo tenero di una ragazza che incontra il proprio mito e l’ansia di voler essere all’altezza della situazione. Forse è questo l’unico momento in cui sono riuscita a percepire una Amy sinceramente emozionata, umana, accesa poi il vuoto.

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